Il Profumo di Tutankamon

Daniele frequentava il quinto anno dell’ITIS G. Galilei sezione chimici, non molto fuori città, fra la tangenziale e la ferrovia. Era da considerare un “fuori corso” o nel gergo giovanile: un vecchio, ave-va usufruito del primo tentativo alla maturità e, a giudizio degli adulti, aveva fallito. Per lui non era un grande inconveniente, considerava la cosa come un’ulteriore maturazione, un motivo per appro-fondire alcuni temi scolastici e di vita e il primo giorno di scuola lo stava affrontando con serena in-coscienza. Quell’anno alcune modifiche normative, e lo scarso numero di allievi, avevano costretto l’anziano Preside, già sulla via del pensionamento, ad allestire la prima classe mista della sua storia: e non ne era soddisfatto.
Daniele non lo aveva ancora scoperto e nemmeno gli importava, chattare di-stratto con il fonino, e quando fu chiamato il suo nome al primo appello, si sedette al solito banco senza prestare alcuna attenzione al suo vicino. Riposto il dispositivo silenziato in tasca, indossati gli occhiali ” tattici ” con lenti di una colorazione dubbia che gli consentiva di guardare senza che si no-tasse la direzione del suo sguardo e importante se gli occhi erano aperti o socchiusi; infatti la sua specialità era sonnecchiare durante le lezioni in posizione eretta e fintamente attenta.
Sul banco ave-va aperto un mini quaderno ed una biro tassativamente nera a punta fine e con calligrafia fine e sotti-le, quasi femminile, con precisione aveva annotato anno e giorno di inizio lezioni ed a fianco come commento fra parentesi: varie e non definitivo, riferendosi nell’ordine: alle materie trattate quel giorno e all’insegnante in cattedra. Il suono della campana della ricreazione l’aveva colto improvviso nel bel mezzo delle sue considerazioni fra l’argomento trattato durante la lezione e le sue personali idee sulla chimica e le reazioni che statisticamente potevano prodursi.
Ma quello che stava per desta-bilizzarlo era quella mano allungata verso di lui per una presentazione timida e formale: << ciao mi chiamo Mia>> istanti lunghissimi di confusi pensieri:<< Mia??>> <<chi??>> <<cosa??>>. In auto-matico senza riflettere:<< Daniele>> e gli occhi si incrociano e l’improvvisa rivelazione che non ave-va un compagno di banco ma una compagna. Lei era vestita in jeans di serie, maglietta con disegni e scritte che evocavano esaedri ciclici, butadieni molecolari ed elettroni in orbite ellittiche e colorate.
Capelli corti a spazzola ed un paio di occhiali ad oscurazione graduale a sfumature grigie e marroni. Sul banco un testo di chimica organica, un quaderno, e ben in fila una serie di biro colorate ed un evidenziatore. Per il ragazzo che indossava una short con impressi gli elementi della tabella di Men-deleev a colori vivaci pareva di vedersi in uno specchio, si tolse gli occhiali e:<< complimenti!!>>. Era l’inizio di una grande amicizia fondata fin dall’inizio da una profonda passione per la chimica non solo come scienza ma come una vera filosofia di vita, se non addirittura una religione rivelatrice.
Ma in quel momento bastava trascorrere quei minuti di intervallo ed insieme uscirono nel vicino cor-tile; l’aria frizzante di fine settembre contribuì a chiarire loro le idee e l’inizio di una conversazione per una conoscenza propedeutica. Lei chiedeva informazioni all’anziano su come sarebbe stato l’anno e in particolare come era l’esame di maturità che temeva. Daniele era in imbarazzo, più per l’argomento studio e non per altro. Di conseguenza alle domande rispondeva vago e a monosillabi, finalmente la campana per il rientro in classe a troncare il pericoloso discorso; altre due ore in attento ascolto dell’insegnate, almeno per evitare momentaneamente un ulteriore confronto con il nuovo compagno di studi.
Dopo quel primo giorno, la loro fu vera amicizia come se non ci fossero differenze di genere, gli stessi interessi: lo sport pallavolo nella stessa palestra; la musica, i film: spesso si ritrovavano al cine-ma per condividere la visione di vecchi cartoni animati o comiche americane; le passeggiate in mon-tagna o le fughe al mare, e in perfetto accordo qualche volta saltavano le lezioni per il biliardo o nella vicina sala giochi la pista con le mini auto da corsa o, a volte, vere gare sula vicina pista dei kart.
La chimica era la vera passione che cementava, studiavano assieme e sperimentavano nuove miscele di carburante sui dieci HP dei loro motorini, e una volta nel laboratorio di istituto erano stati sorpresi dall’assistente mentre cercavano di sintetizzare il trinitrotoluene più noto come TNT. A inizio prima-vera, finalmente a Daniele era giunta la suo prima moto: una piccola, agilissima enduro: un’Honda 250 di terza mano, recuperata con la raccolta estiva dei pomodori. Per due persone e gli zainetti maggiori spostamenti erano garantiti, poi gli studi in comune andavano molto meglio di quanto fos-sero state le previsioni e questo rese le cose più facilitate.
La maturità di inizio estate fu una passeggiata per entrambi e si ritrovarono davanti al tabellone a fissare soddisfatti i loro due quarantasette e per l’avvenimento si concessero due favolose coppe gelato colme delle creme più golose rischiando una clamorosa indigestione di felicità. La piccola motocicletta li aveva portati ovunque la loro fanta-sia li stimolava, l’estate incombente li avrebbe separati, ma stavano valutando come poterla trascorre-re insieme per continuare a condividere quel loro piccolo mondo che intensamente in amicizia stava-no vivendo.
Una delle settimane precedenti l’esame, Daniele era in casa della nonna dove ogni tan-to, durante le sue crisi regressive, si rifugiava. Mentre si rimirava allo specchio del bagno il suo sguardo cadde su varie boccette e contenitori variopinti e con curiosità di chimico ne leggeva i vari componenti e si immaginava “inventore” di chissà quali pozioni magiche profumate. Una boccetta in particolare attirò la sua attenzione, la sua forma era come piccole onde di mare ed un colore ambrato, ma la cosa più intrigante era la scritta dorata su uno sfondo beige antichizzato “papirizzante “: << Il profumo di Tutankhamon >>.
Senza riflettere la prese intascandola per farla vedere al suo più fedele amico: Mia. Il giorno seguente aveva un appuntamento con lei per una veloce escursione al mare ed era deciso di condividere quella piccola cosa così strana e curiosa. La giornata era luminosa, il cielo terso e pulito, l’azzurro ed il giallo del sole giganteggiavano all’orizzonte, questo fece cambiare il programma e presero direzione colline e montagne per ammirare il mare dall’alto.
Parcheggiato l’enduro nel prato imboccato il sentiero in silenzio, ciascuno attento ad ogni passo, fra i ciottoli ed arbusti dosavano lo sforzo per riuscire a giungere in vetta; con facilità giunsero al piccolo lago, e furono assaliti da nugoli di zanzare, fatto strano per quel posto ma non insolito. Poi la salita si fece più ripida e con l’altitudine anche la respirazione più difficile ed aumentarono le soste, ma in fine passata la “sella” fra le due cime, con loro soddisfazione videro in fondo all’orizzonte l’azzurro del cielo che si confondeva con il mare ed il sole grande lampada sospesa illuminava quel quadro infinito senza la cornice.
Per riprendersi dalla salita e dalla emozione si sedettero su di uno sperone di roccia e finalmente ruppero quel silenzio quasi mistico con una forte esclamazione di meraviglia e di soddi-sfazione, senza sentire nessun rimorso per la mattinata di noiose lezioni persa.
Daniele dalla tasca estrasse la misteriosa boccetta per mostrarla “all’amico” e anche lei rimase stupita e sorpresa dalla strana forma e dalla scritta:<< Il Profumo di Tutankhamon>>, poi con prudenza l’aprirono e ne aspi-rarono profondamente il profumo. Ed iniziarono a selezionare e individuare, come una gara, i vari componenti e ne uscirono: la base di alcool e bergamotto, sicuramente acqua, una serie infinita di “esa aromatici metil ciclici”, incenso e oppio. Nonostante fossero all’aria aperta, le numerose inspira-zioni sortirono uno strano effetto allucinogeno: iniziarono col vedere muoversi le ondulazioni della boccetta, come fossero onde del mare, ma l’effetto più sorprendente fu l’improvvisa scoperta che la loro era molto di più che una semplice amicizia, era vera condivisione. Era come se due atomi con le orbite dei rispettivi elettroni si combinassero per costruire una unica molecola.
Una molecola indissolubile che sarebbe durata quanto la loro vita ed oltre; nel rispetto del principio basilare che il tutto si trasforma e nel tempo quegli atomi e molecola si sarebbero scissi e riuniti in va-rie combinazioni fino a raggiungere, statisticamente, la conformazione iniziale per ritrovarsi di nuovo in un altro tempo e spazio. A sera tornarono ognuno nella propria abitazione felici e consapevoli di aver trascorso una giornata del tutto eccezionale, Daniele con prudenza ed attenzione ripose la boc-cetta misteriosa nello stipetto della nonna, che con un sorriso dolce ed enigmatico si era assopita sulla vecchia poltrona davanti il televisore ormai gracchiante e puntinato per la fine delle trasmissioni.
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